FCA non dimentichi l'indotto italiano: il futuro fra allarmi e malumori

Dalla Polonia arrivano notizie preoccupanti in merito all'indotto nostrano di FCA: speriamo che l'azienda non dimentichi i lavoratori dello stivale.

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Nelle ultime ore il mondo dell'indotto che lavora con il Gruppo FCA, che al suo interno contiene i marchi Fiat, Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Abarth, Jeep, Chrysler, Dodge, RAM Trucks, Mopar e SRT, è in allarme per via di una lettera diffusa dai vertici del polo industriale italo americano - che presto sarà italo-americano-francese per via della fusione con il Gruppo FCA. In questa missiva, scritta in lingua inglese e giunta ad alcuni fornitori italiani ed esteri, si parla chiaramente di un "cambiamento tecnologico in corso", di una richiesta di cessione immediata dell'attività di ricerca, sviluppo e produzione per limitare costi e spese - per parafrasare il Corriere.it Torino, che per primo ha riportato la notizia. Chiaramente una news simile potrebbe generare un caos enorme nelle prossime settimane, noi però proviamo nel frattempo a fare chiarezza, con la mente a freddo.

Un nuovo segmento B

Torniamo al contenuto della lettera: nel messaggio si legge chiaramente che Fca Italy e Fca Poland vogliono rinnovare il progetto relativo alla piattaforma di segmento B di Fiat Chrysler. Per segmento B si intende sostanzialmente quello delle utilitarie, alcuni esempi possono essere la Fiat Punto, la Lancia Ypsilon, o ancora la Peugeot 208 (anche se la nuova 2020 è più "robusta" della precedente...), la Honda Jazz, la Nissan Micra, la Toyota Yaris e così via. Difficile dunque prevedere con esattezza quali auto del Gruppo FCA verranno coinvolte: nel rinnovamento si parla chiaramente dell'impianto polacco di Tychy, dove PSA produce già la Peugeot 208, le Citroen C3 e C4, la nuova Opel Corsa.
FCA dal canto suo in Polonia fa nascere la Fiat 500 (non tutte, molte 500 vengono anche prodotte in Italia), la Lancia Ypsilon, alcune vetture Abarth. A fine 2019 è stato raggiunto il traguardo delle 12 milioni di unità FCA prodotte, fra le quali si contano anche Fiat 600, la "vecchia" Marea, la Uno, la Punto, la Palio Weekend e molte altre. Molti di questi modelli sono oggi fuori produzione, dunque non potranno essere coinvolti nel progetto di rinnovamento dovuto alla fusione fra FCA e PSA, restano in ogni caso alcuni modelli Fiat, Lancia e Abarth come detto sopra, che potrebbero perdere quell'indotto "fermato" qualche ora fa da FCA.

Un futuro incerto?

Per ora l'allarme sembra dunque "ridotto", con danni limitati e circoscritti, è però normale che tutto l'indotto italiano si preoccupi e non poco. FCA assicura che questi "cambiamenti tecnologici" non riguardano la fusione con PSA, è però lampante come i francesi stiano spingendo per utilizzare la loro piattaforma CMP per le auto di segmento B della nuova creazione Stellantis. Una politica che ora ha raggiunto l'impianto polacco di Tychy ma che in futuro potrebbe riguardare anche altre fabbriche sparse in tutta Europa. FCA potrebbe utilizzare la tecnologia PSA per la sua Panda, per l'attesa Fiat Tipo 2021 prodotta in Turchia, per la 500X, per una ipotetica Panda XL cinque porte, per una nuova Fiat Punto. Cosa ne sarà, a quel punto, dell'indotto italiano? Un esercito di 58.000 operai e circa 1.000 aziende differenti che forniscono a FCA elementi di complemento come sospensioni, scarichi, architetture elettroniche e gli stessi pianali, che potrebbero essere dismessi del tutto sul lungo periodo.

A nostro avviso, sempre viaggiando all'interno della sfera delle ipotesi, le strade possibili sono due: se proprio il cambio tecnologico deve avvenire, la soluzione più indolore per i lavoratori è quella di riconvertire l'indotto per la costruzione dei nuovi elementi necessari. Soluzione che sarebbe anche la più costosa, probabilmente. La seconda è quella che abbiamo già assaggiato nelle ultime ore, la cessazione delle forniture, con migliaia di lavoratori che vedrebbero il loro posto di lavoro a rischio. Un volume d'affari da 18 miliardi di euro che vedrebbe il terreno cedere sotto i piedi. Ovviamente speriamo vivamente che FCA opti per la prima opzione, anche in virtù del recente prestito da 6,3 miliardi di euro ottenuto dal nostro governo.

Denaro messo sul piatto dal nostro Stato, e dunque proveniente anche dalle nostre tasse, che avrebbe dovuto alimentare fra le altre cose l'industria dell'indotto, ora invece minacciata (sostenere l'indotto era proprio uno degli obiettivi primari della richiesta di liquidità). Sarebbe dunque un bel paradosso se ora, a fronte della fusione con PSA, fosse proprio l'indotto italiano a pagarne le più care conseguenze. Vedremo come si evolverà la situazione, nella speranza di non leggere più lettere come quelle inviate da FCA nelle ore scorse.