Enzo Ferrari, l'uomo dietro il mito del cavallino rampante di Maranello

Torniamo alle origini del mito del cavallino rampante di Maranello: come Enzo Ferrari ha dato vita a uno dei marchi più prestigiosi del mondo.

Enzo Ferrari, l'uomo dietro il mito del cavallino rampante di Maranello
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Al termine di una lunga intervista, una di quelle che raramente il Grande Vecchio - per nulla avvezzo a obiettivi fotografici e telecamere - concedeva, Enzo Biagi lo definì come "uno dei pochi italiani d'esportazione", accostando al suo nome quello di un'altra leggenda: Federico Fellini.
Enzo Ferrari aveva tre ambizioni, diventare tenore di operetta, giornalista sportivo e pilota. Coronò almeno in parte le ultime due, ma sarà capace di realizzarne una quarta, la più incredibile e all'apparenza inarrivabile. Arrivare cioè a fondare quella che, per acclamazione popolare, è considerata la più famosa casa automobilistica del mondo.
La migliore definizione dell'uomo dai mille soprannomi, sempre sulle prime pagine dei giornali per le sue imprese e talvolta cadute sportive, quanto schivo e burbero nella vita di tutti i giorni, l'ha data Fiamma Breschi, moglie del compianto pilota Luigi Musso e donna amata da Ferrari, che lo definì "un costruttore di macchine e un distruttore di uomini", aggiungendo poi "se entravi nella sua orbita davi qualunque cosa pur di non uscirne".

Enzo Ferrari in Alfa Romeo

È il settembre del 1939, una data tristemente nota al mondo per essere il principio del secondo conflitto mondiale, quando Enzo Ferrari viene liquidato dall'Alfa Romeo, pronta a interrompere quel contratto che sarebbe invece valso anche per tutto l'anno successivo e una collaborazione che procedeva dagli anni Venti.

Enzo dovette a quel punto portare la sua persona e il suo milione di lire di buonuscita - in un tempo in cui la paga agognata era di mille lire - lontane dal biscione milanese. Tornerà dunque a Modena, firmando una clausola in base alla quale egli non avrebbe potuto costruire né dare il nome ad auto sportive.
Ma stiamo parlando pur sempre del Drake e, seppur ancora nella sua fase pionieristica, non lasciò trascorrere nemmeno un mese prima di fondare l'Auto Avio Costruzioni, il cui nome tradisce uno dei due fini dell'azienda, quello ovvero di costruire componenti per motori aeronautici. Nella primavera del '40 Ferrari costruirà, in barba alla clausola, due vetture identificate soltanto da una sigla, "815", aggirandola così furbescamente.
Le vendette subito a due amici: la prima a un certo Alberto Ascari - figlio di Antonio con il quale Ferrari aveva corso negli anni Venti - che negli anni Cinquanta porterà a Maranello i primi due titoli iridati della sua storia, l'altra al Marchese Lotario Rangoni Machiavelli, nobiluomo modenese che Enzo conosceva bene. Saranno loro due come privati e non Ferrari in persona a iscrivere le proprie 815 alla Mille Miglia del 1940.

Una corsa che quell'anno si disputò su un percorso accorciato, un triangolo Brescia-Mantova-Cremona da percorrere più volte, non tanto per l'incombente sciagurato ingresso dell'Italia nel conflitto mondiale, quanto perché nel '38 un grave incidente aveva portato a sospendere la corsa l'anno successivo e a scegliere, per ragioni di sicurezza, un circuito chiuso per l'edizione del Quaranta. Ascari si fermò dopo due giri mentre era al comando e stessa sorte capitò all'inizio dell'ultimo giro al Marchese, che aveva raccolto proprio da Alberto lo scettro del leader.

L'ombra ingombrante della Seconda Guerra Mondiale

La cosa non avrà un seguito perché il 10 giugno 1940 l'Italia entra in Guerra. Il sogno delle macchine da corsa, per Ferrari e non solo, rimane congelato di fronte alle contingenze belliche, con Ferrari che ai motori per aerei dal 1942, su licenza dei tedeschi, aggiungerà anche la costruzione di rettificatrici oleodinamiche, ovvero delle macchine utensili per la produzione di cuscinetti a sfera.

Questo però fece sì che l'Auto Avio venisse percepita sempre più come un'azienda ausiliaria allo sforzo bellico, divenendo ancor più di prima (e nemmeno troppo teoricamente) uno degli obiettivi dei raid aerei alleati.
Ferrari, Modenese DOC, è dunque costretto a guardarsi intorno perché fra il 1942 e il 1943 il governo italiano si appresta a varare una legge sul decentramento dell'industria nazionale; lo scopo è quello di fare in modo che le industrie si spostino fuori dai centri cittadini per evitarne la distruzione qualora gli uni o gli altri fossero divenuti sensibili obiettivi militari. Prima volgerà lo sguardo a Nord, verso il Po, più precisamente a Carpi, in un'area che tra l'altro offriva già dei capannoni industriali ma, soprattutto, la città dov'era nato il padre Alfredo nel 1859. Per Ferrari che sarà, nonostante il continuo tentativo di celarlo, pur sempre un sentimentale sarebbe stata la romantica chiusura di un cerchio. Non viene però accolto con lo stesso romanticismo dalle autorità locali che non vogliono entro i loro confini la sua azienda: quest'ultima metterebbe in pericolo la città.

Si dirigerà allora a Sud, fermandosi a Formigine, il paese che ancora oggi, procedendo in auto da Modena, precede immediatamente Maranello, ma anche qui riceve un due di picche per le stesse ragioni. Allora non resta che andare oltre, il che significa, per l'appunto, Maranello.
Qui il Podestà - il sindaco ai tempi del Fascismo - non sbatte le porte in faccia alla storia, anche se naturalmente egli non può allora saperlo, e così già nel 1942 Ferrari presenta la sua domanda di costruzione edilizia, nominalmente per "la costruzione di macchinari agricoli", cosa che per fortuna dell'umanità nei fatti non realizzerà mai (sarà invece Lamborghini a passare dai trattori alla supercar).

Uscire da quella che è la sua casa, Modena, non garantirà alla Auto Avio di essere risparmiata dai bombardamenti che la colpiranno per due volte, una prima il 4 novembre del 1944, la seconda nel febbraio del 1945. È da quelle macerie però che, come l'araba Fenice, Ferrari troverà la forza di rinascere e costruire un marchio che negli anni '50 e '60 permetterà con fierezza al Drake di affermare come non ci fosse una domenica che Dio mandasse in Terra senza che una sua vettura vincesse una gara in uno dei quattro angoli del globo.

La nascita vera e propria di Ferrari a Maranello

Finita la Seconda guerra mondiale, e scaduti ormai i quattro anni della clausola, Enzo Ferrari fu finalmente libero di fondare il marchio automobilistico Ferrari.

La prima vettura a portare questo nome fu la 125 S, un'auto prodotta in due esemplari, alimentata da un V12 da 1500 cc in grado di sprigionare 120 cavalli, pioneristica progenitrice di una lunga stirpe di creature in cui il motore rimarrà sempre, più di ogni altra cosa, il vero tratto distintivo delle Ferrari, nella convinzione "che esso rappresentasse più del cinquanta per cento nella riuscita delle corse", parola del Drake.
Il primo vagito del V12 montato sull'autotelaio risuonò il 12 marzo 1947, una data che simboleggerà il principio della gloriosa avventura della casa automobilistica di Maranello. L'auto debuttò in pista a Piacenza nel maggio successivo, guidata da Franco Cortese tra la trepidante attesa del pubblico ma anche alla "rumorosa assenza" del Drake.
Egli aveva deciso che non avrebbe più assistito a corse automobilistiche in cui avrebbero partecipato le sue vetture e così fece, liquidando la questione a suo modo, con una battuta: "Non partecipo alle gare perché mi vergogno del mio naso troppo grosso". Fu anche questa sua celeberrima tendenza a rimanere nell'ombra a contribuire ad alimentarne il mito. Sul circuito di Piacenza, a soli tre giri dal termine e dopo aver sempre condotto la corsa, l'auto fu costretta al ritiro per un guasto alla pompa del carburante.

Nonostante la cocente delusione la vettura si era però dimostrata da subito competitiva e infatti la Ferrari si rifarà già due settimane dopo, a Roma, sul Circuito Terme di Caracalla dove Cortese consegnò a Ferrari la sua prima vittoria.

Nel 1950 Ferrari costruiva una vettura al mese, nel 1951 una alla settimana, nel 1952 due a settimana, l'anno successivo tre e così via. L'azienda in pista e in fabbrica comincia a galoppare furiosamente come il Cavallino Rampante suo simbolo leggendario, un logo iconico in un periodo in cui questi ultimi nemmeno esistevano. Il Cavallo era quello stesso che l'asso Francesco Baracca aveva dipinto sul proprio aereo durante la Prima Guerra Mondiale mutuandolo dal suo reggimento di cavalleria. Un velivolo con cui aveva abbattuto 34 aerei nemici nel corso di 63 combattimenti, prima di cadere in battaglia nel giugno del ‘18.

Le origini del cavallino rampante

Quello che gli inglesi chiamano "Prancing Horse" giunse fino a Enzo Ferrari dopo che egli nel 1924, ancora nei panni del pilota, si aggiudicò anche la seconda edizione del Gran Premio che si disputava sul Circuito del Savio, a Ravenna, la città natale della famiglia Baracca.

L'anno prima sul palco del vincitore c'era il padre di Baracca, l'anno seguente presenziò la madre. Sarà proprio quest'ultima, anche se non in questa occasione ma qualche mese dopo, a donare il cavallino del figlio a Ferrari con le famose parole "metta il Cavallino Rampante del mio figliolo sulle sue automobili, le porterà fortuna". Ci vorranno otto anni perché compaia sulle auto di Enzo ma, da quel momento in poi, non ne farà più a meno.
Tutto questo mentre nel 1956 l'amato figlio Dino, solo ventiquattrenne, si spegne davanti a Enzo il quale, di fronte a quella tragedia, non veste i panni di uno dei suoi mirabolanti soprannomi ma solo quelli di un padre inerme. Un padre che pian piano scopre di non poter "riparare" la salute del figlio a differenza di quanto era solito fare con le altre sue creature, le auto, queste ultime in grado di rigenerarsi anche dopo l'urto più tremendo.

"La partita è perduta" scriverà mestamente nel suo diario quando non ci sarà più nulla da fare e da quel momento in poi, ancor più di prima, celerà dietro ingombranti lenti scure i suoi più profondi moti dell'animo, non dando agli altri la sensazione di percepire come egli fosse veramente fatto dentro.
Solo negli anni Cinquanta la sua fabbrica sarà in grado di produrre 14 modelli di auto stradali e di accrescere il suo mito nel mondo del Motorsport vincendo la 24ore di Le Mans e quella di Spa, la Targa Florio, la Mille Miglia, la 12 Ore di Sebring e addirittura 4 titoli iridati nella neonata massima categoria dell'automobilismo: la Formula 1 (e il 17 febbraio 2022 sarà svelata la nuova monoposto Ferrari 2022).

Questo è però solo l'inizio della leggendaria parabola di un uomo che seppe resistere a tragedie personali e sportive, alla corte spietata del colosso Ford, ma soprattutto alla prova del tempo, divenendo immortale; un uomo che aveva in fondo fatto, come piaceva dire a lui, solo quello che gli piaceva, qualcosa che egoisticamente gli interessava, ridisegnando il concetto di auto e portandolo ad affermare: "Date a un bambino un foglio di carta, dei colori e chiedetegli di disegnare un'automobile, sicuramente la farà rossa".