Cinque costruttori che hanno fallito in F1: da Toyota ad Aston Martin

Da Toyota ad Aston Martin passando per altri iconici marchi dell'automobile: quando nemmeno gli investimenti miliardari bastano per vincere in F1.

Cinque costruttori che hanno fallito in F1: da Toyota ad Aston Martin
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Tutti abbiamo ancora negli occhi l'impressionante striscia, senza eguali nella storia della F1, degli 8 titoli costruttori e 7 piloti inanellati in nemmeno dieci anni dalla Mercedes dominatrice dell'era turbo-hybrid.
Eppure, è tutt'altro che scontato per i grandi costruttori dell'automobile riuscire a primeggiare in un mondo ultra competitivo dove a fare la voce grossa sono (o sono state) eccellenze come Ferrari oppure i "garagisti" inglesi McLaren, Williams e Lotus (nel frattempo dal 2026 Sauber e Audi saranno insieme in F1).
Vincere la domenica per poi vendere il lunedì" era il motto dell'industriale Henry Ford II come di molti altri giganti dell'automobile, uno slogan lontano dal DNA racing dei nomi sopracitati che spesso, grazie alla loro dedizione sportiva, hanno reso vani investimenti anche miliardari dei padroni del commercio mondiale dell'automobile. Di seguito descriveremo alcune delle vicende più iconiche.

Aston Martin pt.I e II

La storia di Aston Martin in F1 inizia ben prima del 2021. La sua prima vettura, la DBR4/250, progettata a fine 1957, si mostra anche competitiva nei primi test ma il mondiale 1958 è ormai alle porte e si decide di rimandarne l'esordio al 1959.

Peccato che nel 1959 la macchina potenzialmente competitiva l'anno precedente sia ormai diventata un pezzo d'antiquariato, colpa della Cooper e del suo rivoluzionario motore posteriore, soluzione nettamente vantaggiosa in termini di velocità e agilità rispetto alle altre. Tutti i competitor presto o tardi scelgono la via della Cooper a eccezione però dell'Aston Martin che rimane fedele al suo progetto. Risultato? Nel 1959 la casa inglese deve accontentarsi di due sesti posti nel Mondiale F1. L'anno successivo, l'evoluzione DBR5 si mostra ancora meno competitiva della precedente e, dopo due gare, l'Aston Martin saluta il mondo della F1, fino al 2021. Le premesse per ben figurare ci sono tutte, l'acquisto della Racing Point - una vettura competitiva che nel 2020 ha addirittura vinto un GP con Sergio Perez - i soldi del proprietario Lawrence Stroll ma soprattutto l'acquisto dalla Ferrari del quattro volte campione del mondo Sebastian Vettel.

Eppure, la stagione d'esordio si rivela deludente. Il podio di Baku con Vettel non basta a riscattare una stagione trascorsa troppo spesso lontana dalle posizioni di vertice che si conclude con un deludente settimo posto nel mondiale costruttori.

Ancora peggiori sono le prestazioni della stagione 2022 tuttora in corso, con la vettura mai a podio o tra i primi cinque in classifica sotto alla bandiera a scacchi. Chissà se basterà l'innesto di un altro blasonato pluricampione del mondo come Fernando Alonso per invertire la storia del prestigioso marchio inglese nella massima formula.

Peugeot: il ruggito strozzato del Leone

Il 13 febbraio 1997, dopo aver rilevato la scuderia francese Ligier, Alain Prost annunciava la nascita del Team Prost. La leggenda transalpina poteva contare anche sul forte sostegno del governo francese che aveva convinto il produttore di auto francese Peugeot a diventare partner della Prost, formando così nelle intenzioni un Dream Team tutto transalpino.

Il primo anno fu un'annata di transizione con la vettura che rimase quasi la stessa della precedente, una "Ligier" equipaggiata con i V-10 Mugen/Honda, una fornitura che comprendeva nel ‘pacchetto' anche il pilota Shinji Nakano, mentre la prima guida rimaneva invece Olivier Panis. Il 1997 si rivelerà, nonostante tutto, la stagione migliore della scuderia guidata dal quattro volte iridato. La JS45 permise a Panis di salire sul podio in Brasile (terzo) e in Spagna (secondo) prima di fratturarsi le gambe in un incidente a Montreal. Al posto del francese viene scelto l'italiano Jarno Trulli, che in occasione del Gran Premio d'Austria fu a lungo leader della corsa prima dell'esplosione del motore Mugen quando occupava la terza posizione. Dal 1998 al 2000 il motore diventa Peugeot ma il team annaspa lontano dal vertice, un solo punto nel 1998, nove nel 1999 e addirittura zero l'anno successivo, campionato che la Prost conclude mestamente all'ultimo posto dietro anche alla piccola Minardi. Il secondo posto con Trulli nel rocambolesco GP d'Europa 1999 è l'unico guizzo di questi tre anni e resterà tristemente anche l'ultimo podio raggiunto dal team francese.

Nel 2001 però la squadra, mossa da una nuova potente motorizzazione Ferrari, stupisce tutto il Circus firmando più volte la migliore prestazione nei test invernali. Tutte premesse tradite alla prova dei fatti in Australia quando Alesi e Heidfeld non fanno meglio di un nono posto e di un ritiro.

La strategia viene svelata al mondo, girare con poca benzina nel disperato tentativo di attrarre sponsor per sanare una condizione economica sempre più complessa. Il 2001 sarà infatti l'ultimo anno della scuderia francese che chiuderà la sua avventura in F1 con 4 punti conquistati e un nono posto tra i costruttori. L'ultima gioia arriva in casa, a Montecarlo, dove il francese Alesi conquista un inaspettato punto mondiale grazie a un meraviglioso sesto posto.

Il fallimento Jaguar-Ford

Il nuovo millennio in F1 porta con sé - oltre all'agognato titolo piloti di Michael Schumacher con Ferrari - anche l'ingresso del prestigioso nome Jaguar nella massima categoria. A far colpo è da subito la sua sensazionale livrea verde brillante sovrastata sul cofano da un enorme giaguaro bianco, iconico simbolo del marchio.

La Jaguar rileva il team Stewart (1997-99) diretto dalla leggenda Jackie e dal figlio Paul, un piccolo team che in un crescendo di prestazioni riesce a centrare sul circuito del Nurburgring - terzultimo round della stagione 1999 - il primo successo della sua storia con Johnny Herbert alla guida. Un successo amplificato anche dal terzo posto raggiunto nella stessa gara da Rubens Barrichello, a testimonianza di un'auto davvero competitiva che permette al team di concludere la stagione al quarto posto in classifica. Con queste premesse la Jaguar, che mantiene i motori Ford che già equipaggiavano la Stewart e che scambia con Ferrari Barrichello per il vicecampione del mondo in carica Eddie Irvine, si presenta con grande fiducia ai blocchi di partenza della stagione 2000. La sinergia tra Jaguar e Ford però non decolla e la prima stagione è avara di soddisfazioni, 4 soli punti conquistati e un deludente nono posto tra i costruttori.

Non va molto meglio gli anni seguenti dove, al di là dei due podi conquistati da Irvine (Monaco 2001 e Monza 2002), il team frequenta con assiduità le posizioni di rincalzo della classifica. Il mezzo migliora, con il giovane australiano Mark Webber al volante nelle stagioni 2003 e 2004, ma le attese delle prove non vengono quasi mai confermate alla domenica.

Sul cattivo rendimento del team influirà il mancato acquisto da parte del team principal Bobby Rahal del genio dell'aerodinamica Adrian Newey dalla McLaren. Newey arriverà finalmente nel team nel 2006, troppo tardi però per Ford e Jaguar poiché la squadra è stata ormai da tempo ceduta a Dieter Mateschitz, imprenditore austriaco produttore della famosa bevanda energetica Red Bull.

Toyota: fallimento miliardario Made in Japan

Enormi risorse umane, economiche e tecnologiche a disposizione non sono bastate a trasformare il secondo maggior produttore di auto al mondo in un team vincente, rendendo così la sua decennale militanza in F1 uno dei fallimenti più dispendiosi nella storia della categoria.

Una mastodontica galleria del vento multimilionaria installata a Colonia e l'acquisto del Fuji Speedway per renderlo un test track sull'esempio della Ferrari con Fiorano sono due investimenti che testimoniano quanto la squadra nipponica sia pronta a fare sul serio. La Toyota però vuol complicarsi la vita e decide di realizzare in casa l'intera macchina: telaio, cambio e motore, perdipiù in tempi strettissimi. 2 soli punti e un decimo posto tra i costruttori alla fine del 2002, anno d'esordio, sono il magro bottino di una rincorsa frenetica. La luce in fondo al tunnel si vedrà solo nel 2005 quando, dopo due ottavi posti consecutivi (2003-04), Jarno Trulli e Ralf Schumacher consegnano al team un bottino di 88 punti e un incoraggiante quarto posto nel mondiale costruttori.

In Malesia Trulli ottiene (secondo posto) il primo podio della storia del team, il primo dei 5 conquistati in quella stagione, ai quali si aggiungono anche due pole position, la prima storica di Trulli a Indianapolis e la seconda in casa, a Suzuka, con Ralf Schumacher. Dal 2006 però il team invece di prendere il volo assiste di nuovo a una pesante regressione con i punti che scendono prima a 35 e infine a 13 (2007) per due deludenti sesti posti finali.

La risalita del 2008 e 2009, rispettivamente 56 e 59,5 punti iridati, vedono il team conquistare altri sette podi. La storia multimilionaria di Toyota però, presentatasi in pompa magna, si conclude mestamente alla fine di quell'anno non solo senza aver mai vinto o lottato, contrariamente alle premesse, per l'agognato titolo mondiale ma senza aver centrato neppure una vittoria.

Sliding Doors: Honda 2006-2008

Dimentichiamo per un attimo i successi ottenuti come motorista tra gli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta con la Williams e McLaren, o ancora le più recenti affermazioni delle ultime due stagioni come partner - più o meno ufficiale - di Red Bull, perché la storia della gestione del proprio team di F1 è stata ben lontana dall'essere altrettanto brillante.

L'avventura comincia nel 2006 quando il colosso giapponese rileva la BAR, team del quale è stato motorista dal 2000 e che ben si era distinto nelle sue ultime stagioni conquistando addirittura il secondo posto nel campionato costruttori 2004 dietro all'imbattibile Ferrari con 119 punti. Nell'anno del debutto il nuovo Honda Racing Team coglie subito la sua prima affermazione sotto la pioggia in Ungheria con Jenson Button alla guida. Quel primo successo e il prestigioso acquisto di Rubens Barrichello dalla Ferrari sembrano i prodromi di un salto di qualità che attende il team l'anno seguente. Non avverrà però nulla di tutto ciò, anzi, il quarto posto e gli 86 punti della stagione d'esordio rimarranno un vero miraggio per il team negli anni successivi. Nel 2007 tutti si ricorderanno della Honda solo per la sua non convenzionale earth livery, rappresentante una foto della Terra vista dallo Spazio, conseguenza dell'improvviso abbandono del main sponsor Lucky Strike. I risultati della monoposto green però in pista si rivelano terrificanti, 6 punti totali e un quinto posto in Cina come miglior piazzamento.

La crisi proseguirà anche nel 2008, anno nel quale la Honda conquisterà il suo ultimo podio a Silverstone con Barrichello, peggiorando però il risultato in classifica dell'anno precedente, scivolando dall'ottavo al nono posto tra i costruttori. Il peggio però deve ancora venire. Nel 2009 la F1 prevede un rivoluzionario cambio regolamentare ma per ragioni finanziarie Honda decide frettolosamente - sono gli anni della crisi economica mondiale - di vendere in fretta e furia tutto il proprio materiale e i disegni dell'auto 2009 a Ross Brawn per la simbolica cifra di una sterlina, con l'ingegnere che fonda così la Brawn GP.

La simil-Honda dominerà con Button 6 dei primi 7 GP della stagione, conquistando incredibilmente sia il titolo costruttori che quello piloti. A fine anno Ross Brawn venderà a sua volta tutto il team a peso d'oro a un altro grande nome del mondo delle automobili che avrà però nella massima categoria una fortuna ben diversa da quella del suo precedente proprietario nipponico: stiamo parlando di Mercedes.